Il tablet e la mezzaluna. Islam e occidente alla prova dei media
Da testimoni e spettatori, i media si sono ormai trasformati in attori di primo piano nel processo di meticciato che investe le culture europee. Ma quanto è attendibile l’immagine dell’islam trasmessa dai nostri mezzi di informazione? E, specularmente, quali sono le coordinate attraverso le quali il mondo musulmano tende comunicare la realtà dell’Occidente? Il nuovo incontro pubblico di Oasis affronta una questione contraddittoria e a volte drammatica, come dimostrano i recenti casi di cronaca, ma proprio per questo sempre più cruciale.
Intervengono:
Gilles Kepel, politologo Science Po, Parigi;
Mustafa Akyol, editorialista New York Times, Istanbul;
Alessandro Zaccuri, inviato Avvenire, Milano.
L’evento si svolge nell’ambito dei lavori della issue “Religioni, media e comunicazione” del progetto Conoscere il meticciato, governare il cambiamento.
Martedì 14 aprile, ore 18:00, presso la Sala Ricci della Fondazione San Fedele, piazza San Fedele, 4, Milano.

Urgono pensatori e media “rompighiaccio” che facciano ragionare

Intervista di Franca Miglio a Mustafa Akyol, esperto internazionale della issue Religioni, media e comunicazione.

Da giornalista e scrittore come affronta l’argomento “Islam” quando parla a un pubblico occidentale? E, a suo parere, i media occidentali parlano di Islam in modo corretto?

Nel mio lavoro rilevo che sia il pubblico occidentale che quello orientale, in Turchia o in altri Paesi musulmani, si percepiscono come sotto attacco. Gli occidentali si chiedono perché i musulmani li aggrediscano per imporre con atti di terrorismo i loro valori; i musulmani, invece, si domandano perché gli occidentali li abbiano assediati per secoli prima durante le crociate, poi con il colonialismo, la guerra americana, la Nato e i droni… Si avverte la sensazione di essere “sotto assedio” e quindi la necessità di reagire alla reciproca minaccia. Il ruolo che i media dovrebbero giocare in tale situazione è aiutare a capire la realtà dell’altro. Avrebbero davvero la possibilità di fungere da ponte. Se riuscissero in questo, ci offrirebbero un grande servizio. Allo stesso modo però i media possono anche avvallare i nostri pregiudizi: possono confermarci nell’idea che gli “altri” sono i nemici, i cattivi, non attraverso una propaganda esplicita, ma concentrandosi solo sugli aspetti più spiacevoli e spesso anche in maniera piuttosto noiosa. Se un’occidentale accende la televisione tutto ciò che vede a proposito di Islam sono esplosioni, bombe, l’ISIS che uccide, qualche fanatico imam che dichiara infedeli cristiani ed ebrei o predica che i “crociati” devono essere uccisi. Gli altri musulmani, i moderati che non sono d’accordo con i radicali, non fanno notizia, mentre sono solo le voci radicali a determinare l’immagine diffusa dell’Islam. Devo dire che accade lo stesso anche nell’altro senso. Le voci europee che giungono in Medio Oriente sono per lo più voci offensive nei confronti dell’Islam. All’inizio degli anni 2000, per esempio, un politico americano ha detto che gli Stati Uniti avrebbero dovuto bombardare la Mecca. In America non è stato preso molto sul serio, non era un politico di prima linea e le sue parole sono state pronunciate durante un talk-show di seconda categoria, ma in Medio Oriente ha fatto grande scalpore. Per questo i media dovrebbero aiutarci a conoscere l’altro e non ad approfondire i nostri pregiudizi.

Ha in mente esempi di media turchi che costruiscono ponti anziché distruggerli?

Sì, ne esistono alcuni che cercano di dare un’immagine accurata del mondo. Ci sono voci che fanno appello all’autocritica e io sto cercando di essere tra queste. Alcuni approvano, altri invece pensano che sia inutile e che ci sia invece bisogno di una difesa più forte. Altri ancora mi accusano di lavorare per l’“altra parte”, di essere una spia degli Stati Uniti per il semplice fatto che sostengo che non sono poi così male. Nella mia carriera di scrittore, negli ultimi 15 anni, sono stato anche accusato di essere un’agente della CIA o di qualche altro Stato occidentale; viceversa, mi hanno dato dell’infiltrato islamista in Occidente perché difendo il diritto, tra gli altri, di portare il velo. È interessante come lo stesso argomento possa provocare reazioni totalmente diverse e opposte. Trattando, ad esempio, la questione armena in Turchia, sono stato considerato troppo comprensivo nei confronti di questo popolo, mentre in Occidente vengo criticato perché non uso il termine “genocidio”. È difficile in questa situazione riuscire a farsi benvolere dagli uni e dagli altri, mantenendo i propri princìpi e lo stesso messaggio, ma è proprio questo quello di cui abbiamo bisogno. Servono delle navi rompighiaccio: scrittori, pensatori e sostenitori dei diritti fondamentali, istituzioni, media e risorse che ci offrano nuove prospettive per farci ragionare in modo diverso, altrimenti siamo destinati a vivere come in realtà separate che alla fine collidono.

Il pugno di ferro del governo turco nei confronti dei media è sempre più evidente, specialmente negli ultimi mesi. È destino dei media turchi essere sottoposti a costante censura?

La stampa turca non è libera, questo è un dato di fatto. Allo stesso tempo, però, non è neppure totalmente “non libera”. Secondo le statistiche della Freedom House, la Turchia si posiziona nella categoria “partly free countries”. In Turchia si può liberamente aprire una sede nuova e pubblicare un quotidiano, non ci sono particolari meccanismi di censura da parte del governo in questo senso. E difatti vi sono testate numerose e molto differenziate tra loro per linee editoriali che rispecchiano le diverse linee politiche presenti nel Paese. Tuttavia non è un segreto che il governo abbia esercitato ed eserciti tuttora molta pressione sui media per frenarli all’occorrenza e avvicinarli alla sua linea. Non siamo al punto di finire in prigione, ma se sei un giornalista critico nei confronti del governo è forte la possibilità che tu perda il posto. Il governo potrebbe fare pressione sul direttore della testata e costringerlo a licenziare chi “disturba”. Negli ultimi sei anni circa, centinaia di opinionisti sono stati licenziati con questo sistema. La giustificazione addotta dal governo è che, essendo stato legittimamente eletto dal popolo, è comunque un governo legittimo e democratico. Va ricordato tuttavia che per definire democratico uno Stato non è sufficiente prendere in considerazione eventuali appuntamenti elettorali. La democrazia non è riducibile al voto, anche se esso gioca un ruolo fondamentale. Ma è necessario un concorso di fattori quali: un buon sistema elettorale, la libertà di espressione e di stampa, una società civile viva, la legalità e delle istituzioni dinamiche, che devono essere più oggettive possibile nei confronti delle questioni politiche. Sfortunatamente in Turchia abbiamo una “democrazia illiberale”, dove si tengono libere elezioni, ma la libertà delle istituzioni e dei media è ostacolata dall’azione governativa. Devo ricordare che quello attuale non è il primo governo che agisce così in Turchia, ma è quello che negli ultimi 17 anni l’ha fatto con più fervore.

Domenica 12 aprile Papa Francesco a celebrato la messa in memoria del genocidio armeno del 1915. La reazione del governo turco nei confronti del pontefice per l’utilizzo della parola “genocidio” è stata di grande sdegno. Come reagisce lei?

Rispetto Papa Francesco e non lo guardo solo a partire da questa vicenda. Sono musulmano, ma seguo il Papa dalla sua visita in Turchia dello scorso novembre e ammiro la sua personalità. Apprezzo il suo modo di raggiungere diverse comunità come leader religioso e penso che avremmo bisogno di guide così aperte anche nel mondo musulmano. Per quanto riguarda la questione armena, ho trovato la reazione del governo turco un po’ eccessiva nei suoi confronti. L’ho detto anche in Turchia. Il Papa non deve per forza parlare la nostra lingua, può avere la sua versione della storia e può dire cos’è successo agli armeni, senza dubbio un’orribile tragedia. Può liberamente pensare che si tratti di un genocidio e la reazione turca dovrebbe essere rispettosa, anche se contraria. Inoltre, il governo turco non può dire al Papa quale versione sostenere così come, viceversa, né il Papa né chiunque altro può dire al governo turco che cosa affermare. Quello che è successo agli armeni è una disgrazia terribile in cui ha perso la vita un milione di persone a causa della decisione del governo dell’epoca di espellere la comunità armena dall’Anatolia inviandola in Siria. Si può dibattere se sia stato un genocidio, una pulizia etnica o meno, ma non va dimenticato che è successo in un periodo storico in cui tragedie simili avvenivano nei confronti dei musulmani nel Caucaso e nei Balcani. Questo, io credo, ha causato la reazione turca: l’Impero stava crollando, anche noi venivamo uccisi e gli armeni pativano quello che noi stavamo soffrendo in altri luoghi. Una reazione legittima potrebbe forse essere quella di chiedersi perché viene condannata la tragedia armena senza però vedere la nostra e considerare che entrambe sono accadute in un tempo di guerra. Questa reazione, però, dovrebbe sempre onorare il dramma avvenuto e portarvi rispetto, oltre al fatto che, a mio parere, noi turchi dovremmo chiedere perdono al popolo armeno, che lo chiamiamo genocidio oppure no. Dovremmo inoltre essere aperti a discuterne anche con il Papa, qualora si esprimesse in modo diverso dal nostro. Su questo ho scritto una lettera aperta a Papa Francesco, pubblicata sul mio giornale Hurriyet Daily News il 15 aprile 2015, in cui cerco di argomentare il mio pensiero.

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