Profughi in fuga al confine tra Iraq e Siria

“In Siria la guerra potrebbe durare più di dieci anni”

La Siria si trova a un punto di stallo. Lo scenario più realistico è il conflitto “prolungato”, che non giungerà a una svolta prima di una decina d’anni, o forse anche di più. La pesante previsione arriva daBassam Tibi, professore emerito di Relazioni internazionali all’Università di Goettingen, Germania. Per creare una terra dove sunniti e sciiti possano vivere in pace, occorre porre fine al potere alawita, ci spiega in una lunga intervista. “I raid occidentali da soli non potranno mai risolvere questa guerra. Finché Vladimir Putin e l’Unione europea sosterranno Bashar al-Assad” il conflitto andrà avanti.

Nato a Damasco, naturalizzato tedesco, oggi Bassam Tibi ha superato i settant’anni e non ha perso la voglia di raccontare di sé e dell’oggetto dei suoi studi. Ha in bibliografia oltre quaranta libri, che non manca di citare per documentare le sue affermazioni, e per anni ha svolto attività di consulenza politica per ministri e governi, in particolare negli Stati Uniti, dove ha anche insegnato nelle maggiori università. In occasione delquinto appuntamento pubblico del progetto Conoscere il meticciato, governare il cambiamento, promosso daOasis e da Fondazione Cariplo, il professor Tibi è intervenuto sul tema del dialogo interreligioso e sulla situazione attuale in Siria, la sua “amata patria”.

Dalla guerra in Iraq a Isis

In fondo al tunnel della guerra in Siria non si vede nessuna luce. Bassam Tibi non esita ad affermare a più riprese che una riconciliazione nel suo Paese non sarà possibile prima di una decina d’anni, o anche di più. Al contrario di quanto comunicano spesso i media, spiega, la caduta del regime alawita di Assad non sarebbe sufficiente a ristabilire la pace nel Paese, poiché il vero ostacolo è piuttosto la minoranza alawita nel suo insieme, che detiene il potere politico e militare. “Dovremmo imparare dalla storia”, dice, perché ciò che avviene oggi in Siria è molto simile a quanto avvenuto in Iraq a partire dall’invasione americana del 2003, le cui conseguenze sono oggi ben visibili. In quell’occasione, “d’accordo con l’opposizione sciita, che in Iraq rappresenta la maggioranza della popolazione, gli Stati Uniti ‘ripulirono’ il sistema governativo iracheno dalla minoranza baathista (arabi sunniti) dell’ex presidente Saddam Hussein. L’intento americano era quello di smantellare il sistema politico e militare comandato dalla minoranza sunnita. Una volta abbattuto il potere di Saddam, i sunniti sarebbero stati esclusi dalla vita politica del Paese”.

Tuttavia, spiega ancora Tibi, gli americani non avevano previsto che l’alienazione dei sunniti dalla vita politica irachena avrebbe creato un terreno fertile per la nascita di movimenti islamisti sunniti: da qui le origini di Isis. La nascita del sedicente Stato Islamico è quindi la storia di un movimento islamista che ha attraversato una separazione interna: “Un’ala si è istituzionalizzata, ritenendo la partecipazione politica più efficace della violenza, l’altra si è invece militarizzata. Sono le due facce dello stesso islamismo, ciò che cambia sta nei mezzi che esse utilizzano per raggiungere l’obiettivo comune: al-dawla al-islamiyya, lo Stato islamico, ovvero l’unità tra Stato e precetti islamici”.

La storia che si ripete

Nella Siria in guerra, spiega il professor Tibi, possiamo trovare alcune analogie con quanto descritto. Qui, circa l’80 per cento della popolazione è costituita da arabi musulmani sunniti. Nel periodo post-coloniale, la maggior parte di queste famiglie mandava i propri figli a studiare in Europa o negli Stati Uniti, mentre il resto della popolazione, principalmente siriani alawiti, si arruolava nell’esercito. Alla fine degli anni Sessanta, gli ufficiali delle forze armate siriane e dei servizi segreti (mukhâbarât) erano quasi tutti alawiti. Così, quando nel 1970 Hafez al-Assad, padre di Bashar, prese il potere con un colpo di stato militare, gli ultimi ufficiali sunniti furono rimossi. Nel giro di pochissimi anni il potere si concentrò quindi nelle mani degli alawiti. I sunniti erano esclusi. Questa alienazione dei sunniti dal potere politico e militare in Siria, afferma Tibi, è molto simile a quanto avvenuto nel vicino Iraq.

Per quarantuno anni la situazione è proseguita in questo modo, fino a quando, nel 2011, è esplosa l’insurrezione siriana nel contesto della primavera araba. Inizialmente le manifestazioni a Damasco, Aleppo e Homs erano per lo più pacifiche, a favore della democrazia e contro il regime alawita, il quale però decise di mandare l’esercito contro i dimostranti. È scoppiata allora la guerra civile, che ha dato origine a un conflitto caotico e, nel tempo, ha aperto i confini all’avanzata di Isis. Per attecchire in Siria e reclutare combattenti, lo Stato islamico usa – o abusa – proprio l’alienazione dei sunniti dalla vita sociale e politica siriana.

Come sottolinea ancora il professore, quello in Siria, come prima in Iraq, si delinea come un conflitto settario tra minoranza alawita e maggioranza sunnita. È questo il motivo per cui non può essere risolto dall’esterno, perché originato da situazioni interne al Paese.

Nessuna soluzione in vista

L’intervento occidentale non rappresenta per Tibi una soluzione alla guerra in Siria: i bombardamenti da soli non metteranno fine al conflitto e finché Assad resterà al potere non ci sarà per il Paese una prospettiva di pace. Dall’altra parte, se il presidente siriano decidesse di sua iniziativa di lasciare il governo, correrebbe il rischio di una rappresaglia contro di lui da parte dei generali alawiti, che provvederebbero immediatamente alla sua sostituzione. Per questo, per Tibi, il destino della Siria è quello di vivere un conflitto “prolungato”. Per creare una terra dove sunniti e sciiti possano vivere in pace, occorre dunque abbattere il potere alawita: “Da siriano mi piacerebbe essere più ottimista, ma da analista politico non sono così fiducioso”.

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