Il religioso: un fattore, ma non l’unico fattore

Intervista di Stella Coglievina a Elizabeth Shakman Hurd, Northwestern University.

Oggi si parla molto di religione, nei fatti di attualità, nelle relazioni internazionali, nella politica. Si tratta di una sovraesposizione del fattore religioso o il problema è di ridefinire i concetti, attribuendo alla religione il giusto peso nel dibattito?

Vorrei fare una premessa: quando si parla di religione, credo sia importante essere il più concreti possibile e cercare di capire il contesto specifico nel quale ci si muove, la storia e i soggetti coinvolti. Questo mi pare più importante che creare uno schema applicabile sempre e comunque. Per rispondere alla domanda: credo che ci sia una certa sovraesposizione della religione, nel senso che è diventata una sorta di termine chiave che occupa tutto il dibattito. Spesso quando c’è un problema, si presume che sia attribuibile alla religione o alla diversità religiosa. Ma usando questa griglia di lettura rischiamo di perdere di vista il quadro più vasto nel quale considerare le cose che capitano. Non voglio certo dire che le questioni religiose debbano essere ignorate. Tuttavia, a mio parere, non dobbiamo attribuire troppa centralità alla religione, altrimenti ci sfuggirà la storia nel suo complesso, con le sue molteplici e articolate dinamiche (economiche, politiche, istituzionali…).

Spesso non è solo la religione al centro del dibattito, ma anche i diritti ad essa collegati (la bioetica, i cambiamenti del modello matrimoniale…). Che peso ha la libertà religiosa? Si ha l’impressione che sia talvolta compressa da altri diritti o strumentalizzata.

Sì, la libertà religiosa si confronta con altri diritti, ma sempre a seconda di un contesto specifico. Inoltre, anche il diritto di libertà religiosa ha una storia complessa e controversa e il suo significato si è determinato attraverso negoziazioni, mutamenti storici, contestazioni. Quindi la libertà religiosa si confronta non solo con altri diritti, ma anche al suo interno, con le diverse interpretazioni. E, di nuovo, allargando un po’ l’inquadratura possiamo spostare il focus e cercare di leggere la libertà religiosa in modo meno assoluto e più concreto. Sicuramente questa è una prospettiva alla quale occorre lavorare molto, perché la libertà religiosa è oggi un tema caldo e in alcuni casi (ad esempio negli USA) diventa un argomento altamente polarizzante, divisivo. Occorrerebbe, però, parlare delle reali questioni in gioco, chiedendoci come possiamo vivere insieme e come possiamo accogliere e governare le diversità: cerchiamo di non concentrarci necessariamente sulla libertà religiosa e di mettere le persone intorno a un tavolo, per dialogare sui modi della nostra convivenza.

Che ruolo hanno le organizzazioni internazionali in queste dinamiche?

Svolgono sicuramente un ruolo importante, in particolare nel definire alcuni termini del dibattito attuale. Non esercitano necessariamente un’influenza decisiva nel sostenere una particolare prospettiva o la visione di uno Stato o di una comunità, ma segnano i parametri del dibattito, evidenziando le questioni in gioco. Questo è vero soprattutto per i diritti delle minoranze: ad esempio, a proposito della comunità alevita in Turchia, la Corte europea dei Diritti dell’Uomo ha analizzato il loro status, sottolineando i punti problematici della tutela dei diritti in quel Paese.
Forse potremmo definire le organizzazioni internazionali come “autorità discorsive”, che possono impostare il dibattito e portare l’attenzione della gente su alcuni temi. Così possono diventare, e stanno diventando, uno strumento per capire come vivere insieme, per comprendere le questioni della libertà religiosa.

Nella politica estera, e in particolare guardando a ciò che accade in Medio Oriente, che ruolo ha la religione? È davvero “il” problema?

Non credo sia possibile separare la religione da altre dimensioni, dalla socialità e dalle relazioni umane, dai modi di organizzare la comunità. Sarebbe come “distillare” la religione dal più ampio contesto nel quale si è sviluppata.
Credo sia più importante chiederci come leggere quel contesto: quali sono gli attori? Quali gli interessi in gioco? Proviamo di nuovo ad allargare l’inquadratura: la religione non deve essere messa da parte, relegata alla sfera privata, ma al tempo stesso non deve neppure essere sempre al centro, a dominare l’intero dibattito, escludendo altri fattori. Dobbiamo equilibrare e analizzare gli argomenti con attenzione, guardando al contesto. In questa operazione una sfida importante è capire come interpretiamo il termine “religione” e valutare se questo termine ci è utile nell’analisi di una determinata situazione, sia in Medio Oriente che altrove. Di cosa parliamo realmente quando parliamo di religione? Questa, penso, sia la domanda che dobbiamo porci per prima. Ad esempio, se i governi coinvolgono i leader religiosi per capire meglio il contesto, spesso ne selezionano alcuni e allora si può determinare di nuovo un problema di definizioni: chi decide chi sono i leader? Chi decide chi è religioso o chi è ortodosso? Occorre grande cautela, per questo, negli affari internazionali e nella diplomazia, e bisogna riflettere bene prima di saltare alle conclusioni. Ecco, ho l’impressione che oggi ci sia la tendenza a tuffarsi in piscina prima di controllare se c’è già qualcuno dentro.

Come interpreta gli attacchi alle chiese cristiane, che si ripetono in Pakistan ma anche in altri paesi. Sono attacchi di matrice religiosa?

Sicuramente questi attacchi sono orribili, come lo erano le bombe americane sulle moschee a Falluja, o le distruzioni del patrimonio culturale in Siria. Fanno tutti parte della stessa categoria di tragedie dell’umanità. Dovremmo riflettere su ciò che possiamo fare, come singoli o come collettività, per trovare un modo per sederci attorno a un tavolo e fermare la violenza.
Ciò premesso, occorre cautela nell’affermare che la religione è il problema e che la libertà religiosa sarà la soluzione. Nel caso delle tragedie accadute in Pakistan, non credo che il problema sia la libertà religiosa, ma la mancanza di un governo funzionante, di politiche, di educazione, di rapporti sociali. C’è una situazione patologica, uno Stato fallimentare. Non sto dicendo che la religione sia irrilevante, ma attenzione a fare affermazioni frettolose tipo: “se avessimo la libertà religiosa, l’ISIS smetterebbe di uccidere o le chiese non sarebbero più distrutte”. Penso che la soluzione da cercare sia molto più complessa e che debba coinvolgere vari attori. Vedo una grande pressione, specie mediatica, per classificare i problemi come religiosi. Ma rivendicare la libertà religiosa è solo una parte della questione; per comprendere gli avvenimenti dobbiamo avere un quadro il più ampio possibile. Dobbiamo avere una prospettiva che, pur non ignorando il ruolo della religione, non riduca tutto a questa dimensione. Altrimenti finiremo con l’avere un’attenzione intensa, frenetica, per la libertà religiosa che, anziché apportare soluzioni, potrebbe esacerbare gli aspetti culturali e rendere le cose ancora più difficili per le popolazioni coinvolte.

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